[…] Poi, col far procedere le costellazioni, sei di giorno e sei di notte, gli ha spiegato davanti ogni parte di sè, in modo che, per mezzo delle cose visibili che cadono sotto i suoi occhi, nasca in lui il desiderio di conoscere anche il resto. Noi, infatti, vediamo solo una parte delle cose, e molte, perdipiù, neppure nella loro grandezza reale, ma il nostro sguardo, acuto com’è, si apre la strada alla ricerca, avviandosi verso la verità, per cui la nostra indagine si sposta dalle cose visibili a quelle invisibili, sino a tentare la scoperta di una realtà ancora più antica del mondo stesso, e cioè da dove siano venute fuori le stelle, in che consistesse l’universo prima di dividersi e sparpagliarsi nelle sue varie e singole parti, in base a quale criterio gli elementi sommersi e confusi si siano separati, chi abbia assegnato alle cose i loro specifici posti, se i corpi pesanti vanno verso il basso e quelli leggeri verso l’alto per un principio insito in loro stessi, o se tale comportamento è invece determinato da una qualche forza superiore, al di là dell’impulso e del peso di ciascuno di essi, se sia vero che nell’uomo c’è uno spirito divino, e ciò in virtù del fatto che sulla terra sarebbero cadute dal cielo delle schegge, come scintille di stelle, posatesi qui, in una sede non propria. […]

Seneca, De Otio
(Pt. 2)

[…] la contemplazione, la prova della sua validità sta già nel fatto stesso che in ciascuno di noi è insito il desiderio si conoscere l’ignoto e vivo l’interesse per ciò che di lui si racconta. C’è chi si mette in mare e sopporta i fastidi di un lunghissimo viaggio per il solo e unico premio che può derivargli dallo scoprire cose sconosciute e lontane: è questo che attira le folle agli spettacoli, che c’induce a spiare attraverso le fessure ciò che è precluso al nostro sguardo, a esplorare i più profondi segreti, a consultare i libri antichi o ad apprendere i costumi di popoli stranieri. Questa curiosità ce l’ha data la natura, la quale, conscia della propria arte e del proprio fascino, ci ha creati quali testimoni di un così stupendo spettacolo. Quale scopo, quale utilità avrebbe avuto la sua opera se cose tanto grandi e meravigliose, così accuratamente rifinite,così eleganti e splendide di mille e più bellezze le avesse sciorinate davanti a un deserto? Ma non ci ha fatti soltanto testimoni e spettatori passivi delle sue bellezze esteriori, essa vuole essere anche esaminata, scrutata, e a conferma di ciò basta considerare il luogo che ci ha assegnato: ci ha posti nel suo centro, dandoci così la facoltà di vedere tutto ciò che ci circonda; e non solo ha dato all’uomo una posizione eretta, ma gli ha messo il capo in alto e sopra un collo snodabile, affinchè possa osservarla più facilmente, seguire il rotante corso degli astri, dal loro sorgere al loro tramonto, e accompagnare il suo sguardo al movimento intero dell’universo.
[…]

Seneca, De Otio
(Pt. 1)